Qui si fa l’Italia; o si muore.
Fino a non molti anni fa, l’Unità d’Italia faceva sicuramente parte di quelle “cose vecchie” che tutti conserviamo nella soffitta della memoria, oggetti ricoperti da una nobile patina di antichità che ce li rende amichevoli ma, allo stesso tempo, un po’ banali: un vecchio dall’aria ieratica, che somiglia indubbiamente a Babbo Natale, sta per stringere la mano ad un corto e impettito sovrano savoiardo, questa la scena, collocata in un passato senza tempo in cui barbe, baffi e favoriti la facevano da padroni. Da qualche anno a questa parte, invece, le derive secessioniste sempre più virulente di un’Italia a doppio passo di “sviluppo” hanno drammaticamente riattualizzato il tema, ponendo a tutti il problema di cosa fare di questo dimenticato cimelio; mentre sciovinismi e xenofobie d’accatto imperano da ogni parte, la disgregazione sociale e territoriale avanza a passo di carica, rianimando l’incubo anacronistico di un risorgimento da campanile – o meglio, da marciapiede – che, nel generale vuoto progettuale della politica, prende il posto degli “ideali” e dei “valori” di un tempo. Non è facile rispondere a questa terribile utopia che, come Il Mondo Nuovo di Huxley, fa appello agli istinti più brutali della specie umana: l’individualismo gregario, la follia scientifica, la truce bonomia, il crimine perbenista; o almeno, non è facile rispondervi senza ricadere nell’immaginario dell’antologia passatista, fatto di fedi giustificate solo dalla propria persistenza o dal terrore che genera l’idea stessa di perderle. Ma forse un modo c’è: basta riformulare i termini della questione, individuando il senso vero dell’Unità non negli uffici prefettizi ereditati dallo Stato sabaudo, ma nelle dinamiche reali di unione e solidarietà – sociale, economica, etnica, linguistica, culturalex – che in quello Stato e nel nostro sono nate (e continuano a nascere) a volte grazie, a volte malgrado e a volte anche contro l’Unità amministrativa il cui 150° si celebra il 26 Ottobre; un’Unità, dunque, non da commemorare o da salvaguardare, ma da costruire ex novo su basi estremamente lontane da quelle militari e finanziarie di cui si nutrì l’Unità del 1860: un’Unità nuova fatta di uguaglianza, di cooperazione, di compartecipazione alle scelte e di condivisione del futuro; di tutela dei beni comuni, valorizzazione delle differenze, convivialità attiva e pacifismo militante. È questa l’operazione a cui pensavamo quando abbiamo deciso di partecipare alle celebrazioni indette a Teano nella settimana dell’anniversario: non una riesumazione ideale ma una ri-costruzione materiale, una riattivazione della memoria che, mettendo capo ad un costrutto di senso, apra strade inusitate al ritorno ad una dimensione di progettualità che sembrava definitivamente perduta; ed è in questo senso che ritroviamo le parole – memorabili – di quel venerabile vecchio dalla barba bianca, per rivolgervele come un appello pressante: «qui si fa l’Italia, o si muore».



